targa

Il giorno dell'inaugurazione

28 marzo 2014 
Inaugurazione della targa per FABIO DI CELMO alla trattoria "A' LANTERNA” | Comunità di San Benedetto al Porto

In occasione dell'XI° Congresso Nazionale | Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

Chi era Fabio:

Fabio Di Celmo (Genova, 1 giugno 1965 – L'Avana, 4 settembre 1997) è stato un imprenditore italiano, ucciso a Cuba nel 1997 dall’esplosione di una bomba piazzata dal terrorismo anticastrista in un bar dell’Hotel Copacabana. 

Giovedì 4 settembre 1997, il giovane italiano di 32 anni Fabio Di Celmo, alle nove del mattino, aveva una riunione d’affari all’Avana Vecchia. Avendo fatto tardi per problemi di traffico, cancellò l’appuntamento e si diresse all’hotel Copacabana, dove suo padre, Giustino, aveva affittato una stanza.

Da questa contattò telefonicamente due amici d’infanzia, Enrico Gallo e Francesca Argeli. Sposati recentemente, erano a Cuba in viaggio di nozze proprio perché Fabio li aveva convinti che era un bel posto per iniziare la loro nuova vita.

Giustino, che era nella stanza, ascoltò suo figlio proporre ai due amici di vedersi nel lobby – bar dell’hotel per decidere dove pranzare insieme, a mo’ di saluto, perché, alle tre del pomeriggio, la giovane coppia sarebbe partita per l’Italia. Era già mezzogiorno, quando Fabio scese per ricevere gli amici. Fu l’ultima volta che il padre lo vide in vita.

Intanto, il mercenario salvadoregno Ernesto Cruz Leon, assoldato dal terrorista Luis Posada Carriles, si nascondeva nel bagno dell’hotel Copacabana per attivare una potente bomba. Non era tormentato dalle conseguenze delle sue azioni, pensava esclusivamente ai soldi che avrebbe ricevuto. Inoltre, come aveva ascoltato dal “combattente per la libertà” Orlando Bosch, autore intellettuale del sabotaggio all’aereo cubano sulle Barbados e affiliato di Posada, tutti quelli che rappresentano il regime comunista cubano, sportivi, cantanti, medici o diversamente abili devono essere castigati.

Fabio, con passi svelti, arrivò al lobby – bar, dove c’erano ad aspettarlo i due giovani. Gli ospiti cominciarono a riempire i saloni del hotel. Cruz Leon lasciò cadere l’artefatto criminale in uno dei posacenere.

Nella sua stanza Giustino ascoltò un’esplosione. Dopo pochi minuti, una telefonata dalla ricezione lo avvisò che suo figlio era gravemente ferito ed era stato trasportato alla Clinica Centrale Cira Garcia, unitamente alla coppa che lo accompagnava, uscita illesa.

Giustino si diresse immediatamente alla struttura sanitaria. Un medico gli comunicò che Fabio era morto.

IL LIBERO

Fabio Di Celmo era nato a Genova, l’1 giugno 1965. I suoi amici lo ricordano come una persona molto semplice, veramente dolce. Simone Riveruzzo, compagno di squadra, ricorda: “Non era di molte parole, però era sempre pronto a ridere e scherzare… raccontava spesso dei suoi viaggi a Cuba e ne parlava con entusiasmo. Amava quel paese e la sua gente, sognava di portarci lì un giorno”.

Fabio amava anche il calcio. Aveva cominciato a giocare a sette anni, con la Libertas e altre squadre genovesi, ma l’impegno più importante fu quello con la Sciarborasca, la sua ultima compagine. Non giocava come un libero tradizionale, era veloce in difesa e letale in attacco. Il suo ideale non era il mitico Gaetano Scirea, sperava di seguire le orme di Lothar Matthaus o Matthias Sammer.

GLI ASSASSINI

Catturato dalle autorità cubane, il mercenario Cruz Leon confessò i suoi legami con Posada Carriles, cosa che non stupì nessuno, visto che il noto terrorista aveva dichiarato: “Sono totalmente responsabile di qualsiasi atto in territorio cubano contro il regime dell’Avana”. Al giornalista che, in quei giorni, gli domandò se era dispiaciuto per la morte di Fabio Di Celmo, rispose: “E’ triste che qualcuno sia morto, era nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Nel cimitero di Arenzano, Genova, sulla lapide di una tomba persiste la perenne denuncia: “Il 4 settembre 1997, una bomba assassina di un mercenario salvadoregno spense la vita del giovane Fabio Di Celmo”. Inizialmente, si leggeva “una bomba americana assassina”, ma le autorità italiane hanno imposto che l’aggettivo fosse omesso.

 

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